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mercoledì 2 luglio 2014

Un frizzante mercoledì a Church Road.


Caterve di ace, come non se ne vedevano da anni. Caterve di tie-break, anche. Se aggiungiamo al computo pure una moggia di buoni scivoloni, una domanda è lecito farsela: non è che l'erba, a Wimbledon, magari in una versione di molto più pallida rispetto ai cosiddetti bei tempi, è in qualche modo tornata? Aspettiamo qualche edizione, per capire se si tratti di nuovo indirizzo oppure se tie-break e servizi vincenti siano dovuti ad una densità di battitori superiore alla media, e le scivolate alla presunta forma virale che ha intontito Serena e Murray.

Terzo slam e terza semifinale, in questo incredibile duemilaquattordici, per Eugenie Bouchard. A Melbourne ha fatto incetta di pelouche e perso da un'ingiocabile Na Li, mentre a Parigi ha fatto tremare Maria. A fermarla, insomma, ha sempre trovato la vincitrice del torneo. La semifinale di domani con Halep è quantomai incerta, ed è difficilissimo pronosticare chi tra le due sarà maggiormente pronta ad affrontare da favorita una finale major. Certo è che l'incantevole Genie danza sull'erba con la grazia dei predestinati e la decisione dei dominatori. E che il bianco d'ordinanza le sta d'incanto.

I quarti maschili si sono rivelati più frizzati del previsto. La controfigura di Andy Murray è stata spazzata via sotto agli occhi delusissimi del principe William e di Kate Middleton grazie alla partecipazione attiva di un concentrato Griga Dimitrov, mentre Djokovic s'è concesso due set di paura contro un Cilic molto meno mesto del solito, vincendo per sua fortuna molto facilmente gli altri tre. Federer ha tremato per un parziale, il primo, nel derby con uno scatenato Wawrinka, il quale, però, perso il secondo al tredicesimo gioco, ha iniziato a comportarsi come chi si avvia ad assistere al proprio funerale, finendo per accusare i postumi di un antico gregariato, e quindi per perdere la partita. Il magnifico Kyrgios, infine, sceso in campo ventiquattr'ore dopo aver realizzato una delle più grandi sorprese del tennis recente falciando Nadal, ha tenuto molto più che dignitosamente il campo nella sconfitta in quattro con Raonic, e la settimana ventura sarà piazzato tra i primi settanta del mondo. Buon per lui, certo, e anche per noi, che dopo la vittoria in aprile nel challenger di Savannah lo avevamo pronosticato tra i primi ottanta entro la fine di questa stagione. Il ragazzo ha solo deciso di anticipare i tempi.

ATP WIMBLEDON (quarti di finale)

Grigor Dimitrov b. Andy Murray  6-1 7-6 (4) 6-2
Novak Djokovic b. Marin Cilic 6-1 3-6 6-7 (4) 6-2 6-2
Roger Federer b. Stan Wawrinka 3-6 7-6 (5) 6-4 6-4
Milos Raonic b. Nick Kyrgios 6-7 (4) 6-2 6-4 7-6 (4)

WTA WIMBLEDON (quarti di finale)

Simona Halep b. Sabine Lisicki 6-4 6-0
Eugenie Bouchard b. Angelique Kerber 6-3 6-4

lunedì 9 giugno 2014

Un principe baltico e due aspiranti reginette, per salvare il Rolando dalla noia.


Brevi ruminazioni per davvero. Su di un torneo dapprima pesante, come le palle ed i campi allagati da litri e litri di pioggia sin dalla settimana dedicata alle qualificazioni. Poi, improvvisamente, arso dal sole ed eterno come la miseria delle partite che hanno popolato le fasi salienti dei Campionati del Mondo su terra battuta.

Un principe e qualche principessa.

Non fosse stato per Ernests da Jurmala, il torneo maschile sarebbe presto finito impolverato nei tennistici archivi come "un Rolando a caso di quelli vinti da Nadal, mentre il Djokovic o Federer di turno, ora non ricordo con precisione, tentava vanamente di sottrarglielo". Per nostra fortuna, Gulbis ha deciso di giocare il torneo al posto di proporre la classica esibizione, e di allenarsi con senno, anche: "pensavo che avrei potuto correre per sempre", dichiarerà nell'intervista successiva alla demolizione di Berdych in quarti di finale. E per due set, curiosamente quelli conclusivi, il lettone è parso poter mettere in difficoltà persino Djokovic, fino a quel momento imprendibile nonostante un tabellone insidiosetto, in semifinale. Fatto sta che il serbo, quando ragiona a certi livelli, può soffrire solo e soltanto con Nadal, e forse qualche volta con Wawrinka ma solo sui campi duri all'aperto. Gulbis porta a casa lo scalpo di due top ten, compreso quello di un Federer non nuovo a suicidi sportivi in questa stagione, ed un posto tra i primi dieci lungamente rincorso: se la concentrazione di Ernestone tiene, a Wimbledon potremmo vederne delle belle.

Insieme al Nobile baltico, a far ribollire almeno un po' il sangue nelle nostre vene ci ha pensato un tabellone femminile pazzo oltre ogni previsione nella prima settimana e spettacolare il giusto nei rounds decisivi. Dopo quattro giorni e due turni, il torneo era già orfano delle prime tre teste di serie, tutte andate a sbattere piuttosto fragorosamente. Se Li Na, dopo il successo su Francesca Schiavone del 2011, sembra perseguitata da una nemesi strettamente parigina che quest'anno, sotto le sembianze di Kristina Mladenovic, l'ha colpita in secondo turno, l'evento sismico più rumoroso lo ha causato l'uscita di scena della favorita e campionessa in carica Serena Williams, cacciata senza riguardi da Garbine Muguruza, una delle vedettes più in vista della nuova generazione scalpitante. La favorita di tutti è diventata così Maria Sharapova, la quale si è presa tutto il vantaggio e, salvatasi in tre turni di fila quasi solo grazie ad una mentalità vincente senza eguali nonostante tre primi set persi consecutivamente, ha finito per mandare i proverbiali baci al ceruleo cielo parigino per la seconda volta, portando a cinque il numero di major conquistati in carriera.

La semifinale tra Maria ed Eugenie Bouchard e la finale tra la siberiana e Simona Halep rimarranno i due momenti che, nella povertà generale di un torneo un po' ingrigito, andranno conservati gelosamente nella memoria del nostro sport. La canadese, che non solo su queste pagine era data in fase di difficoltoso adattamento alla terra, è stata autrice di un torneo favoloso, mostrando una capacità d'apprendimento sconfinata ed una mentalità da campionessa che non si compra. Per quasi due ore, Sharapova ha temuto davvero di non farcela, e credo che la neo numero dodici del mondo, vent'anni compiuti a febbraio, avrà modo di festeggiare a breve svariati allori. Così come la rumena, che ha contribuito notevolmente alla riuscita della miglior finale femminile da molti anni a questa parte, capace com'è stata di  ribellarsi più volte alla sconfitta nonostante un'avversaria famelica ed esperta, senza battere ciglio, senza una lamentela, con forza, coraggio ed una capacità di generare angoli da lasciar il fiato sospeso. Non sarà sorprendente assistere ad un duraturo dualismo tra filo-canadesi e simpatizzanti rumeni, tra qualche tempo.