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martedì 17 marzo 2015

Kokkinakis è un leone. Difficile che non diventi un giocatore vero. Al terzo turno del "quinto slam" domina il primo set contro Juan Monaco, è inavvicinabile al servizio e ostenta un'oltraggiosa tendenza a tenere i piedi molto prossimi alla linea di fondo. Va avanti anche nel secondo con il break del 3-2, poi scende di botto con le percentuali della prima, mentre "Pico", non a caso contestualmente, alza il livello e sorpassa. Thanasi recupera fino al 5 pari, ma infine è costretto a soccombere: un set per uno e qualificazione appesa a un terzo parziale in cui l'argentino, più fresco e scafato, pare nettamente favorito. Invece l'australiano dimostra di non saper solo azzannare i momenti floridi della partita, ma anche di saper remare, sputare sangue, "star lì" con la testa. Mette il naso avanti ma il servizio non lo sostiene come dovrebbe, annaspa, viene recuperato, trova inspiegabili forze per aggrapparsi ad un altro insperato break e va a servire per qualificarsi agli ottavi. Sul match point, il dramma: Kokkinakis, spiritato, tiene uno scambio con le unghie, finché Monaco prova a tirare il vincente: largo. Thanasi si accascia, aspettando di sentire il liberatorio "out!" che gli consegnerebbe la partita. Ma nessuno fiata. Il ragazzino è atterrito, stenta a recuperare la posizione eretta mentre Layani lo guarda con la tenerezza compassionevole di un genitore che osserva un figlio adolescente disperato dopo essere stato lasciato dalla sua prima fidanzata. Layani sa che quella palla probabilmente non è buona, ma non tanto sicuro da rettificare l'opinione del giudice di linea. E Kokkinakis non ha più challanges a disposizione. Parità, dunque, doloroso quanto prevedibile preludio al controbreak e al sorpasso di Monaco. 

Diciott'anni, alla prima grande opportunità in torneo importantissimo, dopo quasi tre ore di match fatto di tante occasioni faticosamente guadagnate e sempre sfuggitegli dalle mani per un niente, contro il prototipo di giocatore che non regala nulla e tende a esaltarsi nella lotta specie in un'atmosfera bollente: in quanti sarebbero stati ancora disposti a credere alla vittoria? Probabilmente solo lui. Lui che soffre come un animale, che salva il game rischiando tutto e si guadagna il tie break. Lui che, ancora una volta, patisce il ritorno di un altrettanto commovente "Pico" fino ad arrivare ad altri match point, stavolta due di seguito, il primo con il servizio a disposizione. Che non basta, bisogna aggrapparsi al secondo, vincere sul servizio di un avversario che potrebbe non perdonarlo più. E qui, con l'ultima stilla di sudore, Thanasi in back di rovescio manda di là una palla che supera il nastro per magia, come sospinta dal soffio del destino. Il campo è pressoché libero, ma Monaco, sfinito lui pure, manda a mezza rete l'ultima occasione dell'incontro.

Vince, il fenomeno Aussie, e si batte forte il pugno sul cuore agitando il ciuffo da bravaccio manzoniano nel sole della California. Si, Thanasi è un leone. E i leoni, con quel servizio, possono diventare pericolosi. Chissà, forse un giorno il grande Pico potrà raccontare di esser stato il testimone privilegiato dell'alba di una nuova grande era del tennis australiano.

sabato 29 marzo 2014

Il malocchio di Miami.


Una volta, ormai tanti anni fa, quando timidamente iniziavo ad approcciarmi all'arte tennistica, sentivo parlare del torneo di Key Biscayne - perché allora quasi tutti parlavano solo di Key Biscayne, solo una sparuta minoranza di Miami - come del "quinto slam". Ne è passata di acqua sotto i ponti, da quei primi '90: negli ultimi vent'anni il torneo gemello di Indian Wells è cresciuto esponenzialmente, e, sotto l'impareggiabile spinta propulsiva del vulcanico patron Larry Ellison, ha dapprima pareggiato, poi inesorabilmente stracciato il Masters di Miami per popolarità, montepremi e strutture. Certo, il paradiso terrestre in cui sorgono gli impianti di Crandon Park funge da forte deterrente al declino della competizione, ma, se diamo uno sguardo a quanto accaduto giusto un paio di settimane fa in California, ammetteremo che tra i due 1000 della primavera americana ormai corre un abisso. Miami ha in realtà una sola vera esclusiva da opporre; un'esclusiva di cui si fregia grazie all'ormai antico ammutinamento ordito da Serena Willias ai danni del torneo di Indian Wells. Serenona Miami ce l'ha, Indian Wells no. Per il resto, dalle gremite tribune del deserto californiano, hanno assistito ad uno spettacolo nemmeno paragonabile, in meglio, s'intende. Qui non staremo a soffermarci sul perché; sul clamoroso successo della Pennetta o sulla precoce eliminazione di un Wawrinka scarichissimo; sulla nuova impennata fisica e soprattutto mentale di Federer o sul primo successo stagionale di Nole. Ecco, faccio fatica a non dilungarmi sui lampi di magia generosamente diffusi dal sommo Dolgopolov, ma avremo tempo e modo di dedicare al poeta ucraino il tempo e lo spazio che merita. Vorrei, piuttosto, ragionare su quello che il Sony Ericsson 2014 lascerà in eredità ai posteri, ma mi vengono in mente solo tre cose: il suicidio agonistico di Federer con Nishikori; il ciuffo di Raonic, che vorrebbe essere rock'n'roll ma che, dopo due ore e quarantacinque minuti di partita giocata al 61% di umidità, tende ad essere new wave come potevano essere new wave i Lookalikes o i Producers su un palco dell'81; e i ritiri. Soprattutto i ritiri. Due. In semifinale. Di un Masters 1000. Da parte di due giocatori che certo non possono dire di aver la pancia piena. L'atteggiamento di Nishikori e Berdych, ossequiosamente scansatisi per non turbare l'avvicinamento alla finale di Rafa e Nole, ricorda quello di due ottimi attendenti. Due ottimi attendenti che, però, dovrebbero rappresentare la cosiddetta subeccellenza del tennis maschile odierno. Mi vedo gli organizzatori, già intenti a dimenarsi per non essere risucchiati dalle sabbie mobili californiane, sbattere ritmicamente la testa contro il muro. Fossi in loro prenoterei l'aereo per Lourdes.