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domenica 7 settembre 2014

Serena domina, e sono diciotto. Ma occhio a "Caro".


La senti chiamare "Venere nera" da un telegiornale generalista di una tivù generalista nel senso più deteriore del termine. E tu sei ancora imbambolato, completamente abbacinato dalla sua debordante prestazione sportiva che quasi ci passi sopra, quasi nemmeno te ne accorgi. Ma poi pensi che no, che "Venere nera" proprio non si può sentire. In primis perché la sorella maggiore di nome fa proprio Venere, e dunque se l'agghiacciante locuzione dev'essere per forza associata ad una campionessa di colore, che sia abbinata a colei che ne è legittima proprietaria. E poi perché, con tutto il rispetto, il nome di una dea non si addice ad una donna secolare come poche, con i piedi ben piantati per terra e l'aspetto osé ed al contempo brutalmente intimidatorio di tenutaria gentile e severa. Serena non è mai stata e non sarà mai una Maria Sharapova, algida ed inattingibile, lei sì dea per l'immaginario comune e che per questo ed altri mille motivi rappresenta la perfetta antitesi della sei volte campionessa dell'Open degli Stati Uniti d'America. Maria, quantunque feroce sul campo, sconfigge le avversarie con lo sguardo ancor prima che con la forza perché non vuole sporcarsi le mani, lei così superiore alle misere questioni della vita terrena, mentre Serena si avventa sull'avversaria, la dilania e la sbrana, prima di assolverla a rete con lo sguardo che sempre sembra esprimere postume e sincere scuse. Serena è Serena.

Maria doveva e poteva essere la belva più pericolosa nella caccia della più giovane delle sorelle Williams al diciottesimo alloro major, ma il suo fuoco di sfida è stato spento già in ottavi di finale da una fidatissima alleata di quest'ultima, ossia Caroline Wozniacki. La danese, che nonostante sia beneficata da insindacabile avvenenza e da decine di miliardari contratti pubblicitari risulta essere ragazza tra le più ben volute nel circuito per la sua straordinaria umanità, siede da tempi non sospetti nel ristretto salotto di amici della pluricampionessa. Entrò nelle sue grazie diciassettenne, quando Venus la prese sotto la propria ala protettiva dopo un paio di doppi d'esibizione organizzati per ragioni di sponsor. Ai tempi dell'embolia, "Caro" fu tra le poche a spingersi oltre gli auguri di facciata recandosi più volte in clinica per sincerarsi delle sue condizioni di salute, e da allora il rapporto si è cementato aldilà dei limiti imposti dalla rivalità sportiva. E' di poche settimane fa la fotografia che ritrae le due in vacanza a South Beach, intente a smaltire le delusioni post Wimbledon di entrambe e, nel caso di Wozniacki, le più disperate angosce post abbandono a mezzo stampa fattole recapitare dall'ufficio di Rory McILroy al momento di consegnare agli invitati le partecipazioni nuziali. Un evento che pareva poter rappresentare un macigno tombale sulle speranze di vertice di un'atleta già provata da un paio d'anni di cupa involuzione sportiva, una spirale discendente che già l'aveva spinta ai margini delle prime dieci e che nulla di buono lasciava presagire per il futuro. Ma gli effetti di un avvenimento tanto doloroso sulla psiche di un campione sono imprevedibili, e dal fondo dell'abisso Caroline è riemersa di forza, tornando ad essere propositiva come ai tempi belli delle sessantasette settimane passate in vetta alla classifica, e riassaporando il gusto di una finale slam proprio a Flushing Meadows, cinque anni dopo aver ceduto a Kim Clijsters la più colossale occasione della carriera.

"Se vincerà lei, sarò la persona più felice del mondo nel vederla conquistare il suo primo slam. Se vincerò io, sarò felice di aver fatto la storia". Così parlò Serena nella conferenza stampa successiva alla vittoria, anche se sarebbe più corretto definirla mattanza, ai danni di Ekaterina Makarova in semifinale, e dall'espressione del volto si capiva perfettamente che la sincerità dell'affermazione non era in dubbio. Tuttavia, una partita non c'è stata. La vincitrice ha iniziato da subito a sentire la palla come nelle giornate perfette, e quando la fiducia irrora il suo sterminato serbatoio di potenza e talento non c'è al mondo una tennista capace di resisterle. Caroline ha corso e corso e dato tutto, come sempre, ma le sue strepitose volate difensive non sono servite a nulla, se non a mettere ulteriori chilometri nella gambe in vista della maratona newyorchese che si è proposta di correre a scopi al solito benefici. L'equilibrio, se di equilibrio si può parlare, c'è così stato solo per i primi cinque giochi, nei quali Serena non è riuscita a far fruttare due consecutivi break cedendo a sua volta il servizio all'avversaria, forse per colpa di un umanissimo picco di tensione in avvio che ha tormentato il suo altrimenti devastante servizio. Poi, fuggita sul cinque a due, la Williams non si è più guardata indietro, chiudendo senza affanno alcuno con un duplice sei a tre, e così riuscendo nella disumana impresa di chiudere il torneo senza concedere più di tre games a set, prima tennista a farcela dai tempi in cui da queste parti dominò Martina Navratilova nel 1983.

Una Serena debordante, mi si perdoni la banalità, che riesce a chiudere un'altra annata da campionessa slam e non era scontato, viste le problematiche prove offerte a Melbourne, Parigi e Londra. Una Serena che troppo presto, e per l'ennesima volta, era stata data in fase calante, ma nessuno tra noi saprà capire quando la fase calante sarà irreversibile. Una Serena che sembra si diverta a prendere per i fondelli chi prova gusto ad organizzarle sistematici funerali, tornando sempre a vincere più dominante che mai. E sinceramente non vedo chi, se non se stessa, possa metterla seriamente in difficoltà l'anno venturo. Nella foto che suggella la premiazione, troviamo accanto a lei una Wozniacki pienamente restituita alla cerchia delle viceregine, e sono sicuro che, così procedendo, la ritroveremo tra le primissime molto presto. Salvo ulteriori fidanzamenti.


Us Open 2014 (finale femminile):

Serena Williams (USA) b. Caroline Wozniacki (DEN)  6-3 6-3

mercoledì 2 aprile 2014

I due colori di Serena.


Stavo rileggendo qualche dato relativo al duemilatredici di Serena Williams. E' la sedicesima volta che lo faccio, nell'ultimo mese s'intende, ed ogni volta rimango allibito di fronte a ciò che leggo. Settantotto vittorie e quattro sconfitte complessive in singolare, per una percentualina del 95% di partite portate a casa; oltre dodici milioni di dollari in montepremi; undici titoli in tredici finali. Ma il dato più clamoroso è insito nell'avvenuta mutazione in terraiola di Serenona, le cui fortune non venivano, fino a qualche mese fa, necessariamente associate all'argilla. Ma l'amore è capace di trasformazioni potenti ed inaspettate, e Muratoglu è riuscito nel miracolo, facendo da regista ad una paurosa striscia di ventotto vittorie e nessuna sconfitta on clay, con conseguenti cinque titoli: Family Circle Cup, Madrid , Foro Italico, Roland Garros - alzi la mano chi, due anni fa, avrebbe scommesso sul bis a Parigi - e Swedish Collectors a Bastad. Ed è vero, persino ovvio, che le stagioni eccezionali sono tali proprio per il loro carattere di singolarità, ma di certo ho subito un discreto shock stamane, quando, davanti al solito caffè apparecchiato sulla tovaglietta plastificata di Pet Sounds, ho appreso della bocciatura subìta dalla più giovane delle Williams sulla costa della Carolina meridionale, proprio laddove lo scorso anno ebbe inizio la sua straordinaria epopea sulla terra battuta. E dire che al Family Circle Serena è affezionata, tanto da averci vinto tre volte. Sarà perché il torneo è l'ultimo nel calendario "maggiore" a disputarsi sull'ormai altrimenti estinta terra verde; sarà perché la competizione si disputa in uno tra gli stati a più alta concentrazione afroamericana, cosa che le conferisce enormi motivazioni extra. Fatto sta che nel deep south Serena ci è sempre andata volentieri, facendo spesso benino. Ma ieri è successo quello che è successo, ed è bastata Jana Cepelova, discreta ribattitrice slovacca che ricordavo giusto per aver fatto sudare, la scorsa estate, le proverbiali sette camicie a Roberta Vinci in quel di Church Road, per estrometterla al secondo turno. Era infortunata? A fronte dell'imponderabile, l'appiglio alla precarie condizioni fisiche è sempre vincente. Ma in conferenza stampa Serena è stata al solito signorile, riconoscendo i meriti dell'avversaria e limitandosi a dire che la giornata di ieri non era la sua giornata. Staremo a vedere, tanto l'attesa sarà piuttosto breve, se il semaforo rosso patito sul verde di Charleston si trasformerà in semaforo verde sul classico rosso europeo. Oppure se, invece, il duemilatredici rosso di Serena rimarrà un incredibile e meraviglioso unicum, e per rivederla al top dovremo aspettare il verde più noto: quello di Wimbledon.

Family Circle Cup, Charleston (secondo turno):

Jana Cepelova b. Serena Williams  6-4 6-4