martedì 13 maggio 2014

Internazionali, prime e (purtroppo) ultime impressioni.


Stai a vedere che Camila Giorgi può davvero giocare bene sulla terra. Quando piazza due colpi interlocutori nello scambio, può dominare perfino Cipollotta, che, ricordiamolo, è quarta in classifica nella race duemilaquattordici. Non ci fosse stato un calo, alla fine del secondo set, che per qualche istante ha  fatto temere che la partita potesse girare, potremmo dire che Camila ha sonoramente bastonato la diversamente simpatica slovacca. 

Bene, anzi benissimo, le donne di casa nostra, meglio di così è difficilino: ampiamente pronosticabili le facili vittorie di Pennetta sull'impiegatizia austriaca Meusburger e di Errani su Scheepers, urge esaltare l'incredibile prestazione di Francesca Schiavone, che  s'infila nella macchina del tempo e brutalizza la splendente Bouchard, in uno scontro generazionale che si è presto trasformato in un seminario sul gioco on clay. Il fenomeno di Westmount, ragazza molto intelligente, avrà preso appunti, ma non credo si dispererà constatando che la stagione sul rosso sta volgendo al termine. 

Benissimo le donne, malissimo, oltre il limite delle più cupe previsioni, gli ometti. Fognini, Lorenzi e Volandri sono usciti dal torneo in malo modo, senza mettere insieme nemmeno un set e senza accennare particolari reazioni d'orgoglio. Se Filo ha ceduto tutto sommato con onore a Simon, lo stesso non si può dire dell'attesissimo e sempre più inattingibile Fognini, sfondato di vincenti da Rosol, e di Lorenzi, sul cui volto mi sembra di scorgere i segni di una crisetta ben avviata a diventare crisona. L'ho visto perdere a Calì da Trungelliti, due settimane fa, ed il trecento al mondo sembrava Paolino. Perdere in due da Pere Riba, in casa, è la conferma del momento ostico, ma siamo sicuri che il Dottore saprà tirar fuori altri conigli dal cilindro quando meno ce lo aspetteremo.

L'unico maschio italiano ad accedere al secondo turno è Simone Bolelli, ma la consolazione è limitata dal fatto che a cedergli il passo sia stato un altro italiano, Stetone Travaglia. Proprio quest'ultimo, eliminato al termine di una lotta furibonda conclusasi al tie-break del terzo, ha portato le notizie più liete al nostro claudicante movimento: omaggiato di una wild card per le qualificazioni, il marchigiano non ha fatto pentire gli organizzatori buttando fuori Montanes e Blaz Rola, tennisti che lo precedono abbondantemente in classifica. Non so perché, ma sono sicuro che il primo a non crederci sia lui. Se riuscirà ad essere più solido nello scambio, una posizione tra i primi centocinquanta, magari entro la fine dell'anno, non gliela preclude nessuno.

Detto questo, corro a fare le valige e volo a Liverpool, per una settimana all'insegna della beatlemania e dell'International Pop Overthrow. Spiace non vedere l'approccio agli Internazionali dei cosiddetti big, ma non si vive di solo tennis. Ci risentiamo a Parigi, o magari qualche giorno prima, tra la Costa Azzurra e Dusseldorf.

lunedì 5 maggio 2014

L'incubo slovacco di Fognini.


Klizan ha un conto in sospeso con Fognini, e Fognini non sa perché. Nessuno sa perché. Martin, slovacco serioso, uno che, così per dire, non risulta necessariamente simpatico a pelle, è stato per mesi in nomination con l'ambizione triste di vincere il premio che ogni anno viene idealmente assegnato al tennista più involuto della stagione. Ventiquattro anni, mancino, uno e novanta comodi, di servizio e dritto generosi, Klizan aveva toccato il vertice della propria carriera sul finire dell'estate duemiladodici, quando, dopo aver fatto il gradasso nei challenger estivi sul rosso, vincendo peraltro Bordeaux e San Marino, s'era regalato uno US Open da sorpresa, falciando Tsonga, allora sesto favorito, al secondo turno, e veleggiando fino agli ottavi, dov'era stato eliminato da Cilic. Sull'abbrivio, il tennista di Bratislava aveva raggiunto la prima finale in carriera nel circuito maggiore, a San Pietroburgo, e vi aveva trovato Fognini, battendolo nell'occasione piuttosto nettamente. L'ascesa è durata fino al mese di marzo dell'anno successivo, quando l'allievo di Martin Damm, raggiunta la ventiseiesima posizione della classifica mondiale ed il proprio best ranking, ha iniziato la lunga discesa agli inferi del tennis pro: primi turni in serie, ritorno al circuito challenger, uscita dai primi cento. Lo si è rivisto, Martin, tentare le qualificazioni qua e là; a volte riuscendo, a volte perdendo da carneadi che fino a pochi mesi prima avrebbe dilaniato a furia di drittoni mancini. Fino all'arrivo a Monaco di Baviera, dove si è presentato con una poco edificante classifica di centoundicesimo tennista del globo. Passate le qualificazioni soffrendo le cosiddette pene dell'inferno contro l'omonimo austriaco Fischer in secondo turno, dopo una vittoriosa maratona nel match chiave contro Youzhny all'alba del torneo ha guadagnato la seconda finale 250 della carriera. Chi poteva trovare ad aspettarlo? Fabio, naturalmente, che in Bavaria godeva della prima testa di serie assoluta.

Fognini schiacciava sull'acceleratore da subito, con tutto il peso del corpo, ed era chiaro che, continuando a scambiare da fondo, il match difficilmente avrebbe superato l'ora di durata. Primo set, 6-2 per il ligure, che andava a sedersi ad aspettare il secondo parziale con l'annoiata faccia di burocrate che tira alla fine del turno pomeridiano. Klizan, nel frattempo, nascondeva un'indicibile sofferenza sotto l'asciugamano, ed i segnali facevano presagire un suo possibile imminente ritiro. Nel secondo parziale, però, tra un'occhiata colma di disperazione e la sconsolata testa penzoloni dopo ogni punto, lo slovacco cambiava radicalmente strategia, e, rifiutando ogni scambio che eccedesse i cinque colpi dalla linea di fondo, iniziava a tirare tutto quello che vedeva, non disdegnando qualche improvvisata al net. Fognini, essendo Fognini, veniva mandato fuori registro non già dalla rivoluzione tattica operata dal suo avversario, ma dall'atteggiamento ostentatamente sofferto dello stesso, e non perdeva l'occasione per irritarsi oltre ogni logica regalando il match in quaranta minuti inguardabili, cedendo secondo e terzo parziale per 6-1 6-2.

"Spero che Klizan stia bene", polemizzava Fognini nella conferenza stampa post match. Non possiamo immaginare cosa sia passato nella testa e nel corpo dello slovacco, ma siamo sicuri che un certo benessere spirituale lo coglierà spesso, ogni qualvolta vedrà Fabio iscritto ad un torneo, possibilmente sorteggiato nella parte di tabellone opposta alla sua.


ATP MONACO DI BAVIERA (finale):

Martin Klizan (svk) b. Fabio Fognini (ita) 2-6 6-1 6-2

martedì 29 aprile 2014

Settimana di transizione, tra prime volte e conferme.


Settimana di transizione, quella appena passata. Una settimana segnata dalle prime volte, quasi una costante di un'annata che promette di iniziare, quantomeno, a picconare le certezze acquisite in anni di dominio incontrastato dalle autorità costituite. Se il livello tecnico di Marrakech, invero piuttosto basso, ha sminuito in qualche modo il successo di Maria Teresa Torro Flor nel ballo delle aspiranti debuttanti con Romina Oprandi, e la Porsche che ogni aprile Maria Sharapova aggiunge alla personale scuderia vincendo il torneo di Stoccarda è ormai consuetudine, più scalpore ha destato il primo successo di Kei Nishikori sulla terra battuta, arrivato al termine di un Conde de Godo letteralmente dominato e concluso in panciolle dopo la facile finale vinta sul sorpresone ecuadoriano Santiago Giraldo. Il giapponese di Bradenton è il primo giocatore a vincere Barcellona pur non essendo spagnolo dai tempi di Gaston Gaudio, che trionfò nell'edizione del 2002, e promette, con la sua feroce regolarità, di essere una scomoda mina vagante nella volata d'argilla che si concluderà al Roland Garros.

Settimana di "prime", s'è detto, ma quella appena conclusasi è stata segnata anche da conferme importanti ed importantissime. A Bucarest il torneo è stato quello che è stato, ma Dimitrov ha bisogno di vincere per imparare a vincere. Dunque anche il modesto secondo titolo ottenuto nel circuito maggiore è fieno in cascina per il signor Sharapov, che se non altro ha imparato a scacciare la tremarella contro avversari che dovrebbe facilmente sbranare. Quello della finale di domenica, Rosol, uno che quando sente profumo di Romania alza di due tacche il volume dello stereo, è stato digerito con relativo agio, ma continuo ad avere l'impressione che il rovescio del bulgaro, un rovescio che arrossisce d'imbarazzo quando viene sollecitato con media decisione, sia un ostacolo ancora abbastanza alto nella strada che dovrebbe portarlo sulle vette del monte Tennis.

Per trovare una conferma davvero entusiasmante dobbiamo scendere di livello e cambiar continente, perché lo spettacolo vero è andato in scena sulla terra verde di Savannah, sulla costa della Georgia americana. Nel profondo sud Nick Kyrgios, australiano di Canberra allevato da padre inequivocabilmente greco e da madre malese, ha conquistato il terzo challenger in carriera, secondo consecutivo dopo quello di Sarasota vinto la settimana precedente,  travolgendo chiunque abbia incontrato sulla propria strada e lottando soltanto in finale, dove ha ceduto a Jack Sock l'unico set del torneo finendo per prevalere comunque in tre. Diciannove anni ancora da compiere, il cervellone che settimanalmente redige le classifiche ATP lo colloca in questi giorni alla posizione numero centocinquantadue. Un metro e novantatré centimetri d'altezza, colpi di rimbalzo esplosivi, servizio bomba e testa apparentemente sulle spalle. I fans lo amano perché ha sorrisi e tempo per tutti; gli osservatori lo pressano perché deve fare in fretta ad entrare nel salotto buono. Io mi limito a pensare che, se il gomito destro che lo sta facendo dannare lo lascerà vivere in pace, alla fine dell'anno lo ritroveremo nei primi ottanta. 

martedì 22 aprile 2014

Stanislas e altre storie monegasche.


Il Country Club, leggendaria sede ospitante il Monte Carlo Rolex Masters, resta  il circolo più bello del mondo; nella mente, dunque, come ogni anno, resta soprattutto quello. Un circolo che ospita il torneo più affascinante del globo, per la precisione, insieme a quelli che si svolgono sull'estiva erba britannica. E pensare che i soloni ai vertici dell'Association of Tennis Professionals hanno parecchio insistito per abbassarlo di grado, per declassarlo ad umile 500, visti i ridotti margini di crescita, perlopiù addebitabili a questioni logistiche e territoriali, che l'evento monegasco può offrire rispetto ai rampanti parvenu orientali, i quali si son messi in testa di innestare tennis d'elite in quantità sempre maggiore nelle loro terre d'origine. Per fortuna, l'inattesa mobilitazione di molti giocatori, anche di vertice, ha per ora salvato il torneo, ed il Dio Tennis ha ripagato la scelta regalando una settimana ricca di eventi imprevedibili, oltre che di mattane ampiamente pronosticabili.

Ciò che dei primi giorni del Masters rimane appiccicato alla memoria attiene soprattutto ai colpi di testa degli specialisti del settore. Il premio per la miglior interpretazione se lo aggiudica Fabio Fognini, uno che, quando c'è da far strabuzzare gli occhi per questioni che nulla c'entrano con il campo e la racchetta, non sente ragioni: dopo aver servito abbondante antipasto nei primi due turni, dai quali usciva illeso grazie a schizofreniche vittorie ai danni di Joao Sousa e Roberto Bautista-Agut, in quarto turno Fabio sottraeva il primo set a Tsonga e, trovatosi sul tre pari nel secondo, decideva di omaggiare l'ultimo francese sopravvissuto in tabellone di nove games filati, demolendo al contempo di insulti il padre Fulvio, pietrificato in tribuna.  Pur non avvicinabili in quanto a spettacolo offerto, ricorderemo con affetto le bizzarre esibizioni di due consumati maestri d'instabilità come Gael Monfils ed Alex Dolgopolov, suicidatisi in mezzo ad un mare di orrori contro Carreno-Busta e Garcia Lopez. Quest'ultimo ha invece rappresentato quella che con ogni probabilità è stata la miglior sorpresa del torneo: quasi trentun anni, con un best ranking di numero 23 ottenuto nel febbraio di tre anni fa e dotato di un rovescio ad una mano che riconcilia con il tennis, Guillermo da Albacete si è fermato solo ai quarti, non prima di aver sculacciato un Berdych deludentissimo e di aver fatto tremare Novak Djokovic. Un bravo a lui, dunque, ed una nota di demerito per Nole e Rafa Nadal, che credevamo avrebbero dominato, sul rosso europeo, addirittura più di quanto avessero fatto fino ad ora. Djokovic, brutto in faccia già in quarti di finale, si squagliava contro un Federer sempre più in palla, mentre Rafa, il cui spin continua ad essere nudo, privato com'è della proverbiale spinta, e fallosissimo specie con il rovescio lungolinea, perdeva in due di puro ritmo da David Ferrer, che avrà pur quasi finito la benzina, come da egli stesso dichiarato alla stampa, ma che ad anni trentadue, se non riescono a portarlo fuori giri, certe partite le arraffa ancora volentieri.

L'ottimo Ferru cedeva piuttosto nettamente la semifinale all'atleta più dominante della settimana, quello Stan Wawrinka che, dopo aver smaltito durante la primavera americana i bagordi post-australiani, ha ricaricato le pile per la superficie a lui più cara. La finale metteva dunque di fronte i due svizzeri; il maestro e l'allievo; il generale ed il tenente. Stan, come soffrendo lo status di perenne sottoposto, soffriva più la personalità di Federer che il Federer in carne ed ossa, che comunque si muoveva bene dall'altra parte della rete, e gli cedeva il primo set. Nel secondo, Roger pareggiava subito la partenza con break del compatriota, ed i successivi turni di servizio, piuttosto solidi, portavano il match al tie break. Il tredicesimo gioco veniva deciso da un solo minibreak a favore di Wawrinka, che profittava di un rovescio steccato da Federer sul secondo punto, e finiva proprio nelle mani del tennista di Losanna al terzo set point, grazie ad uno smash apparecchiato da una prima ingestibile. A questo punto le energie di Federer andavano piuttosto rapidamente in riserva, mentre Stanislas, che con lo scorrere del match aveva pian piano dimenticato il proprio complesso di inferiorità, faceva valere la nota tenuta sulla lunga distanza, e chiudeva rapidamente set e match con il punteggio di sei giochi a due.

L'abbraccio tra due amici sinceri, alla fine dell'incontro, è stato il suggello di una settimana difficile da replicare nel corso della stagione. Perché a Shangai e a Mason, Ohio, ci saranno pure denari e possibilità di crescita illimitate, ma il fascino della Cote durante la terza settimana di aprile è qualcosa che va oltre ogni possibile obiettivo politico e materiale. L'unico pensiero negativo, essendomi capitato d'essere italiano, lo dedico alla semifinale settembrina di Coppa Davis. Cambieranno molti fattori, presumibilmente, ma Federer e Wawrinka sembrano vivere un'annata promettente, se non addirittura di grazia.

domenica 20 aprile 2014

Il futuro è Donna.


Donna Vekic ha vinto a Kuala Lumpur il primo titolo di una carriera ancora verdissima e dagli orizzonti presumibilmente sconfinati, inaugurando una privata sala dei trofei che promette di diventare molto affollata, se l'ambizione ed il talento lieve della diciassettenne croata d'albione andranno d'amore e d'accordo negli anni a venire. Ha vinto battendo Dominika Cibulkova, neo top ten e neo finalista slam; una delle signore più in forma del circuito, insomma, riuscendo ad avere la meglio al termine di un match dall'andamento un pizzico bizzarro, se mi concedete l'eufemismo. Dominika vinceva un primo set tirato, al dodicesimo gioco, che sembrava la naturale premessa all'ovvio trionfo della giocatrice più forte e più esperta. Niente da fare, perché Donna, dopo esser scappata sul tre a uno nel secondo parziale, veniva rimontata, ma dimostrava nervi d'acciaio nell'accompagnare l'ostica avversaria verso un finale punto a punto, ribaltando infine a proprio favore il risultato del primo set. Il terzo e decisivo parziale ci regalava la conferma, qualora ce ne fosse ulteriore necessità, che Vekic non è una diciassettenne qualsiasi. Il furore giovanile le permetteva di far fruttare al massimo l'entusiasmo per la vittoria del secondo set, ed in poco più di venti minuti eccola pronta a servire per il neonato torneo malese nato sulle ceneri dei diritti sportivi appartenuti al glorioso appuntamento palermitano. Donna si issava sul cinque due, quaranta a quindici, trovandosi a poter gestire due palle per il match, ma qui la sensazionale maturità della tennista nativa di Osijek doveva fare i conti con un normalissimo tremolio del braccio destro, che la obbligava a cedere il servizio e a tenere in partita "cipollotta". La delusione per non aver sfruttato la ghiotta occasione faceva il resto, e la famelica slovacca si avventava su quella che sembrava diventata una tenera preda, vincendo quattro games filati e costringendo Vekic a servire per salvare il sogno. Ma proprio quando tutti gli indicatori portavano a credere che i games di fila sarebbero stati cinque e che ad alzare il trofeo sarebbe stata Dominika, arrivava l'incredibile reazione della croata, che teneva il turno di battuta garantendosi un tiebreak poi giocato in mondo sontuoso, e vinto per sette punti a quattro.

Donna comparì come una cometa sul finire dell'estate del duemiladodici, a Tashkent. La vidi, appena sedicenne, travolgere alcune giocatrici prima di cedere la finale ad Irina-Camelia Begu. Tra Keys, Puig, Muguruza, Townsend e Robson, le facce nuove del circuito, insomma, Vekic mi era subito sembrata quella con le migliori prospettive: gran fisico, personalità apparentemente di granito, "punch" ed ottimo servizio. Tra i normali alti e bassi della crescita teenageriale, a Donna era scappata nel frattempo un'altra finale, ceduta a "gambissima" Hantuchova nell'acquitrino di Birmingham, l'anno scorso. In qualche modo Donna oggi si è presa una discreta rivincita sulla Slovacchia, e il glorioso risveglio di domani sarà accompagnato dal best ranking, non lontano dalle prime cinquanta tenniste del mondo. Mi prendo un discreto rischio, lo so, ma ipotizzerei una duratura residenza tra le dieci in tempi che potrebbero non essere necessariamente lunghi.

WTA KUALA LUMPUR (finale)

Donna Vekic b. Dominika Cibulkova  5-7 7-5 7-6 (4)

lunedì 14 aprile 2014

La lunga strada di Camila.

                                           

Non ce l'ha fatta Camila, a trasformare la giornata di ieri nella domenica delle prime volte. Ci è andata vicino, le è mancato solo il colpo di reni, ma la vittoria di Caroline Garcia a Bogotà è rimasta l'unica "prima" del weekend. Magnifico torneo, per la figlia di paròn Sergio, comunque. La splendida Cami ha mostrato per tutta la settimana una continuità tennistica che in pochi le sospettavano, riconducendo il proprio gioco dinamitardo nel recinto di una logica ragionata, se non ancora completamente razionale, evitando di spingere sempre il proprio potentissimo cannone a più non posso. Battendo avversarie non di primissima fascia, magari, se si eccettuano una Vinci comunque in crisi piuttosto nera e una Suarez Navarro che certo non riponeva nel velocissimo play-it di Katowice le proprie migliori speranze di successo, ma va considerato che le partite, Giorgi, spesso le perde a prescindere da chi trova dall'altra parte del net. Del resto, se batti Sharapova in Australia e, meno di due mesi dopo, perdi dalla Diyas al primo turno delle qualificazioni di Miami, la tesi non può essere del tutto errata.

Più che una questione di testa, che Camila sembra per la verità avere piuttosto solida, l'ostacolo che finora ha impedito all'argentina di Macerata di ottenere i risultati che, con quel tennis, tutti si attendono da lei, sembra attenere ad una questione di scelte. Scelte che in carriera, finora, erano cadute sempre sulla ricerca del vincente ad ogni costo, del rischio massimo, del colpo di mortaio più devastante, anche quando non era necessario. Con Camila è tutto bianco o tutto nero come in Uomini e No; alcune sfumature di grigio si sono iniziate ad intravedere in Polonia. Un luogo quasi magico, Katowice, per la tennista azzurra, che proprio nel capoluogo dell'Alta Slesia conquistò il primo titolo Itf della carriera. Ieri stava per arrivare anche il primo alloro nel tour maggiore, al termine di uno psicodramma clamoroso, ma le è mancato un punto.

Fu drammatico in Australia, a gennaio, ed è stato drammatico ieri. Se la vicenda si arricchirà di nuovi episodi futuri, Giorgi - Cornet potrebbe presto diventare un classico del lirismo tennistico. Camila perdeva in volata un primo set giocato con senno e poca paura di sbagliare, contro un'avversaria che, ricordiamolo, lo scorso ventidue febbraio eliminava Serena Williams in semifinale a Dubai, dunque maggiormente pronta a certi picchi di tensione. A questo punto la sconfitta, da possibile, diventava molto probabile, ma nessuno si aspettava che si sarebbe realizzata in quel modo. Nel secondo, la Giorgi andava sotto di due break, salvo poi vincere incredibilmente il set per sette giochi a cinque, infiggendo vincenti a ripetizione nel vuoto mentale in cui, giallognola in volto, era incappata una sconvolta Cornet. Un set per parte, dunque, e giunti all'ultimo chilometro il Dio del tennis decideva che il parziale più importante del torneo non poteva essere banale. L'abbrivio preso dalla Cornet era l'inquietante copia-carbone dell'inizio del set precedente, ed in dieci minuti la tennista nizzarda si trovava di nuovo sul tre a zero, di nuovo con due break di vantaggio. A Camila, eroica, riusciva una nuova spaventosa rimonta, fino al punto in cui, nel decimo gioco, sul cinque a quattro per la marchigiana, Alizé le serviva la palla del match. Ma la favola rivelava un finale amaro, e la risposta di rovescio rimaneva impigliata nelle rete insieme ai suoi sogni di gloria. Nel gioco successivo, infatti, Giorgi denunciava tutti i limiti nell'approccio alla rete divorando una comoda volèe, cedendo il servizio e subito dopo il match alla francese, che poteva così esagerare nelle esultanze arrivando addirittura a comunicare telefonicamente la propria gioia, impolitesse oblige, ad anonimo interlocutore poco prima della premiazione.

Faceva tenerezza, Camila, durante il protocollo di fine torneo. Delusa, imbarazzata, quasi spaventata; si vedeva, che il turbine di emozioni l'aveva scossa profondamente. Facile, forse troppo, dirle che in fondo questa sconfitta può rappresentare il punto di svolta della sua carriera. Speriamo, se non altro, che si possa parlare di strada giusta, e che l'avventura di Katowice non sia stata solo il frutto di una settimana di luna buona. Camila, con quel tennis, deve essere protagonista per davvero.


WTA KATOWICE (finale):

Alizé Cornet b. Camila Giorgi 7-6 (3) 5-7 7-5

giovedì 10 aprile 2014

Aria di primavera, boccate d'aria fresca.

                         

Due personaggi, in un giovedì di una settimana popolata da tornei minori, inaspettatamente illuminano il mio pomeriggio.

A Katowice, unico torneo polacco del circuito maggiore, Francesca Schiavone gioca un set e mezzo allapari con Agnieszka Radwanska. Alla pari nel punteggio, certo, e cosa più importante, nel gioco. Per mezz'ora buona, ho rivisto la Francesca di tre anni fa: varia, determinata, incapace di provare timore reverenziale nei confronti di chicchessia. Il rovescio lungolinea a una mano, colpo ampiamente estinto nel circuito in gonnella, oggi predicava e decideva come ai tempi belli, e il serve and volley, specie nella variante smorzata, praticato da sparute minoranze nel tour, lucidava gli occhi di gioia e malinconia. Agnieszka, costretta per qualche minuto a specchiarsi, mi si conceda l'eresia, nella sua stessa varietà, una varietà che in un mondo di colpitrici seriali inevitabilmente la stupiva, rimaneva in attesa che l'ispirazione terminasse. E, in effetti, seppur Francesca abbia continuato a mostrare lampi di stile e di una convinzione che fa sperare per il futuro, dal quattro a due in favore dell'italiana emergeva la maggior tenuta a certi ritmi della polacca, che infilava quattro giochi consecutivi prodromici al 6-4 6-3 che determinava la qualificazione di Aga ai quarti del torneo di casa. Non poteva esserci sconfitta migliore, per la campionessa del Roland Garros 2010: si palesi in questo momento chi pensava che a Francesca non frullassero in testa pensieri di ritiro, visti i drammatici, sportivamente parlando, risultati degli ultimi due anni. Se gioca come oggi, il programma può essere ambizioso ancora per un periodo mediamente lungo, ne sono convinto.

La seconda boccata d'aria fresca arriva da Casablanca, dove da lunedì si sta disputando l'unico torneo rimasto nel continente africano da quando Johannesburg ha ceduto sotto le picconate della crisi economica. Benoit Paire, istrionico artista avignonese, fuori competizione dall'Australian Open a causa di un fastidioso problema al tendine rotuleo, ha portato a casa il suo incontro di secondo turno contro il maratoneta Albert Montanes, rimanendo in gara come maggiore testa di serie, vista l'inopinata eliminazione patita ieri da Kevin Anderson, qui finalista lo scorso anno, per mano di Victor Hanescu. Una vittoria maturata in tre set che non rappresenterebbe nulla di eccezionale, se non si trattasse di Paire. Vinto il primo set e avanti di un braek nel secondo, nel decimo gioco andava in scena il pirotecnico spettacolo tipico delle partite in cui è coinvolto il francese, che apparecchiava lo show inserendo tutti gli ingredienti della sua personalissima extravaganza: cedeva il servizio a zero, andava sotto sei a cinque, sbagliava uno smash da manicomio, perdeva il parziale e frantumava la racchetta. Il tutto in cinque minuti-cinque. Una meraviglia. Quando tutti gli allibratori si affrettavano ad abbassare la quota di Montanes, convinti, come dar loro torto, che Benoit avrebbe perso il decisivo set a zero in quindici minuti e comunque non prima di aver disintegrato altri due attrezzi del mestiere, il francese si rimetteva in sesto e chiudeva con un sei a quattro bugiardo, perché il margine sarebbe potuto essere ancora maggiore, evidenziando tutta la propria superiorità. Una superiorità figlia di un talento bizzarro, e questo si sapeva, che Paire sta però portando agli estremi. Oggi, soprattutto nel terzo set, circa la metà dei vincenti sono arrivati grazie a serve and volley pazzeschi oppure a seguito di smorzate dal coefficiente di difficoltà altissimo. I colpi con cui qualsiasi tennista raccoglie facili quindici, Paire li converte in impensabili errori gratuiti. E meno male che, alla fine della scorsa stagione, aveva promesso che si sarebbe dato una calmata. Non farlo, Benoit, che di irreprensibili soldatini è già piena l'aria.