lunedì 18 agosto 2014

Il genio e la tigna: bentornato Fed.


La schiena a pezzi e la testa confusa. La racchetta troppo grande ed il morale troppo basso. Succedeva un anno fa, o poco più. Dall' incomprensible decisione di passare l'estate sul rosso europeo tra Gstaad e Amburgo, come non gli succedeva dai tempi degli esordi nel tour maggiore, solo per incassare sonore batoste da Brands e Delbonis, onesti lavoratori della racchetta che fino a sei mesi prima avrebbe sconfitto già al momento del sorteggio, quando gran parte dei suoi avversari si scioglievano al solo pensiero di incrociare lo sguardo bonario e regale di Sua Maestà. Alzi la mano chi, la scorsa estate, non ha pensato anche solo per un secondo, magari vergognandosene, che il Re sarebbe uscito dai primi dieci, magari dal circuito, magari in tempi che non sarebbero stati necessariamente lunghi. E invece Roger, contro qualsiasi previsione fatta prima dell'inizio della nuova stagione, è tornato a vincere un Master 1000, quello a lui più caro, a ventiquattro mesi di distanza dall'ultimo, conquistato proprio a Cincinnati. Il sesto sigillo nel "suo" torneo, anche se sarebbe meglio dire "in uno dei suoi tornei", visto che ieri l'asticella si è alzata a quota ottanta allori portati a casa, è arrivato perché Federer, evidenziando una qualità comune a molti fenomeni e a quasi tutti gli artisti di ogni campo, non ha capito che stava per finire. Quando tutti gli indicatori puntavano verso il basso; quando il buen retiro di Bottmingen sembrava pronto per accoglierlo definitivamente; quando fans, addetti ai lavori e direttori di rotocalchi rosa credevano che Leo e Lenny, la seconda coppia di gemelli in arrivo, avrebbero dato la definitiva mazzata alla voglia di soffrire del campionissimo, Roger si è risvegliato, come se nulla fosse successo.

Naturalmente sordo al can-can mediatico ed alle campane a morto che suonavano sinistre dalle parti di Basilea, lo svizzero ha programmato una preparazione invernale massacrante, rinunciando ai miliardi dell'esibizione dicembrina di Abu-Dhabi per non distrarsi, e si è ripresentato nel circuito tirato a lucido. La stagione, fino a ieri pomeriggio, era stata madre di due successi minori, raccolti a Dubai e nel feudo di Halle, e di molti segnali incoraggianti, visto l'ultimo atto a Wimbledon perso di un'incollatura e le tre finali 1000 cedute all'ex scudiero Wawrinka (Montecarlo), a Djokovic in volata (Indian Wells) e all'impronosticabile Tsonga in versione tornado (Toronto, la settimana scorsa). Successi o meno, era chiaro come il sole che Fed fosse tornato nel salotto buono con convinzione e merito, e, approfittando dell'assenza di Nadal e di un Djokovic presente solo pro-forma, gli è bastato tenere una velocità di crociera media per aggiudicarsi il titolo con relativa comodità, di tanto in tanto subendo, ma raramente va detto, più per proprie distrazioni che per altrui tentativi di ribellione. 

E non c'è che dire, scaldava decisamente il cuore vederlo impazzire di gioia davanti ad un successo certo importante, ma che non sposta di un'oncia il prestigio di una carriera che lo ha visto vincere diciassette slam e ventidue masters 1000, passare oltre trecento settimane in vetta alle classifiche mondiali e guadagnare ottantaquattro milioni di dollari di soli prize money. Significa crederci, e per Federer crederci vuol dire coltivare il pericoloso lusso di vincere il diciottesimo major. Non sappiamo se ci riuscirà, né vogliamo prevedere quali saranno le sue prestazioni agli Us Open, torneo dove oggettivamente ha delle buone carte in mano da giocarsi. Perché queste poche righe vogliono limitarsi ad onorare un campione degno come pochissimi altri dei milioni di fans che da più di quindici anni si emozionano di fronte alla sua poesia.

mercoledì 2 luglio 2014

Un frizzante mercoledì a Church Road.


Caterve di ace, come non se ne vedevano da anni. Caterve di tie-break, anche. Se aggiungiamo al computo pure una moggia di buoni scivoloni, una domanda è lecito farsela: non è che l'erba, a Wimbledon, magari in una versione di molto più pallida rispetto ai cosiddetti bei tempi, è in qualche modo tornata? Aspettiamo qualche edizione, per capire se si tratti di nuovo indirizzo oppure se tie-break e servizi vincenti siano dovuti ad una densità di battitori superiore alla media, e le scivolate alla presunta forma virale che ha intontito Serena e Murray.

Terzo slam e terza semifinale, in questo incredibile duemilaquattordici, per Eugenie Bouchard. A Melbourne ha fatto incetta di pelouche e perso da un'ingiocabile Na Li, mentre a Parigi ha fatto tremare Maria. A fermarla, insomma, ha sempre trovato la vincitrice del torneo. La semifinale di domani con Halep è quantomai incerta, ed è difficilissimo pronosticare chi tra le due sarà maggiormente pronta ad affrontare da favorita una finale major. Certo è che l'incantevole Genie danza sull'erba con la grazia dei predestinati e la decisione dei dominatori. E che il bianco d'ordinanza le sta d'incanto.

I quarti maschili si sono rivelati più frizzati del previsto. La controfigura di Andy Murray è stata spazzata via sotto agli occhi delusissimi del principe William e di Kate Middleton grazie alla partecipazione attiva di un concentrato Griga Dimitrov, mentre Djokovic s'è concesso due set di paura contro un Cilic molto meno mesto del solito, vincendo per sua fortuna molto facilmente gli altri tre. Federer ha tremato per un parziale, il primo, nel derby con uno scatenato Wawrinka, il quale, però, perso il secondo al tredicesimo gioco, ha iniziato a comportarsi come chi si avvia ad assistere al proprio funerale, finendo per accusare i postumi di un antico gregariato, e quindi per perdere la partita. Il magnifico Kyrgios, infine, sceso in campo ventiquattr'ore dopo aver realizzato una delle più grandi sorprese del tennis recente falciando Nadal, ha tenuto molto più che dignitosamente il campo nella sconfitta in quattro con Raonic, e la settimana ventura sarà piazzato tra i primi settanta del mondo. Buon per lui, certo, e anche per noi, che dopo la vittoria in aprile nel challenger di Savannah lo avevamo pronosticato tra i primi ottanta entro la fine di questa stagione. Il ragazzo ha solo deciso di anticipare i tempi.

ATP WIMBLEDON (quarti di finale)

Grigor Dimitrov b. Andy Murray  6-1 7-6 (4) 6-2
Novak Djokovic b. Marin Cilic 6-1 3-6 6-7 (4) 6-2 6-2
Roger Federer b. Stan Wawrinka 3-6 7-6 (5) 6-4 6-4
Milos Raonic b. Nick Kyrgios 6-7 (4) 6-2 6-4 7-6 (4)

WTA WIMBLEDON (quarti di finale)

Simona Halep b. Sabine Lisicki 6-4 6-0
Eugenie Bouchard b. Angelique Kerber 6-3 6-4

lunedì 9 giugno 2014

Un principe baltico e due aspiranti reginette, per salvare il Rolando dalla noia.


Brevi ruminazioni per davvero. Su di un torneo dapprima pesante, come le palle ed i campi allagati da litri e litri di pioggia sin dalla settimana dedicata alle qualificazioni. Poi, improvvisamente, arso dal sole ed eterno come la miseria delle partite che hanno popolato le fasi salienti dei Campionati del Mondo su terra battuta.

Un principe e qualche principessa.

Non fosse stato per Ernests da Jurmala, il torneo maschile sarebbe presto finito impolverato nei tennistici archivi come "un Rolando a caso di quelli vinti da Nadal, mentre il Djokovic o Federer di turno, ora non ricordo con precisione, tentava vanamente di sottrarglielo". Per nostra fortuna, Gulbis ha deciso di giocare il torneo al posto di proporre la classica esibizione, e di allenarsi con senno, anche: "pensavo che avrei potuto correre per sempre", dichiarerà nell'intervista successiva alla demolizione di Berdych in quarti di finale. E per due set, curiosamente quelli conclusivi, il lettone è parso poter mettere in difficoltà persino Djokovic, fino a quel momento imprendibile nonostante un tabellone insidiosetto, in semifinale. Fatto sta che il serbo, quando ragiona a certi livelli, può soffrire solo e soltanto con Nadal, e forse qualche volta con Wawrinka ma solo sui campi duri all'aperto. Gulbis porta a casa lo scalpo di due top ten, compreso quello di un Federer non nuovo a suicidi sportivi in questa stagione, ed un posto tra i primi dieci lungamente rincorso: se la concentrazione di Ernestone tiene, a Wimbledon potremmo vederne delle belle.

Insieme al Nobile baltico, a far ribollire almeno un po' il sangue nelle nostre vene ci ha pensato un tabellone femminile pazzo oltre ogni previsione nella prima settimana e spettacolare il giusto nei rounds decisivi. Dopo quattro giorni e due turni, il torneo era già orfano delle prime tre teste di serie, tutte andate a sbattere piuttosto fragorosamente. Se Li Na, dopo il successo su Francesca Schiavone del 2011, sembra perseguitata da una nemesi strettamente parigina che quest'anno, sotto le sembianze di Kristina Mladenovic, l'ha colpita in secondo turno, l'evento sismico più rumoroso lo ha causato l'uscita di scena della favorita e campionessa in carica Serena Williams, cacciata senza riguardi da Garbine Muguruza, una delle vedettes più in vista della nuova generazione scalpitante. La favorita di tutti è diventata così Maria Sharapova, la quale si è presa tutto il vantaggio e, salvatasi in tre turni di fila quasi solo grazie ad una mentalità vincente senza eguali nonostante tre primi set persi consecutivamente, ha finito per mandare i proverbiali baci al ceruleo cielo parigino per la seconda volta, portando a cinque il numero di major conquistati in carriera.

La semifinale tra Maria ed Eugenie Bouchard e la finale tra la siberiana e Simona Halep rimarranno i due momenti che, nella povertà generale di un torneo un po' ingrigito, andranno conservati gelosamente nella memoria del nostro sport. La canadese, che non solo su queste pagine era data in fase di difficoltoso adattamento alla terra, è stata autrice di un torneo favoloso, mostrando una capacità d'apprendimento sconfinata ed una mentalità da campionessa che non si compra. Per quasi due ore, Sharapova ha temuto davvero di non farcela, e credo che la neo numero dodici del mondo, vent'anni compiuti a febbraio, avrà modo di festeggiare a breve svariati allori. Così come la rumena, che ha contribuito notevolmente alla riuscita della miglior finale femminile da molti anni a questa parte, capace com'è stata di  ribellarsi più volte alla sconfitta nonostante un'avversaria famelica ed esperta, senza battere ciglio, senza una lamentela, con forza, coraggio ed una capacità di generare angoli da lasciar il fiato sospeso. Non sarà sorprendente assistere ad un duraturo dualismo tra filo-canadesi e simpatizzanti rumeni, tra qualche tempo.

martedì 13 maggio 2014

Internazionali, prime e (purtroppo) ultime impressioni.


Stai a vedere che Camila Giorgi può davvero giocare bene sulla terra. Quando piazza due colpi interlocutori nello scambio, può dominare perfino Cipollotta, che, ricordiamolo, è quarta in classifica nella race duemilaquattordici. Non ci fosse stato un calo, alla fine del secondo set, che per qualche istante ha  fatto temere che la partita potesse girare, potremmo dire che Camila ha sonoramente bastonato la diversamente simpatica slovacca. 

Bene, anzi benissimo, le donne di casa nostra, meglio di così è difficilino: ampiamente pronosticabili le facili vittorie di Pennetta sull'impiegatizia austriaca Meusburger e di Errani su Scheepers, urge esaltare l'incredibile prestazione di Francesca Schiavone, che  s'infila nella macchina del tempo e brutalizza la splendente Bouchard, in uno scontro generazionale che si è presto trasformato in un seminario sul gioco on clay. Il fenomeno di Westmount, ragazza molto intelligente, avrà preso appunti, ma non credo si dispererà constatando che la stagione sul rosso sta volgendo al termine. 

Benissimo le donne, malissimo, oltre il limite delle più cupe previsioni, gli ometti. Fognini, Lorenzi e Volandri sono usciti dal torneo in malo modo, senza mettere insieme nemmeno un set e senza accennare particolari reazioni d'orgoglio. Se Filo ha ceduto tutto sommato con onore a Simon, lo stesso non si può dire dell'attesissimo e sempre più inattingibile Fognini, sfondato di vincenti da Rosol, e di Lorenzi, sul cui volto mi sembra di scorgere i segni di una crisetta ben avviata a diventare crisona. L'ho visto perdere a Calì da Trungelliti, due settimane fa, ed il trecento al mondo sembrava Paolino. Perdere in due da Pere Riba, in casa, è la conferma del momento ostico, ma siamo sicuri che il Dottore saprà tirar fuori altri conigli dal cilindro quando meno ce lo aspetteremo.

L'unico maschio italiano ad accedere al secondo turno è Simone Bolelli, ma la consolazione è limitata dal fatto che a cedergli il passo sia stato un altro italiano, Stetone Travaglia. Proprio quest'ultimo, eliminato al termine di una lotta furibonda conclusasi al tie-break del terzo, ha portato le notizie più liete al nostro claudicante movimento: omaggiato di una wild card per le qualificazioni, il marchigiano non ha fatto pentire gli organizzatori buttando fuori Montanes e Blaz Rola, tennisti che lo precedono abbondantemente in classifica. Non so perché, ma sono sicuro che il primo a non crederci sia lui. Se riuscirà ad essere più solido nello scambio, una posizione tra i primi centocinquanta, magari entro la fine dell'anno, non gliela preclude nessuno.

Detto questo, corro a fare le valige e volo a Liverpool, per una settimana all'insegna della beatlemania e dell'International Pop Overthrow. Spiace non vedere l'approccio agli Internazionali dei cosiddetti big, ma non si vive di solo tennis. Ci risentiamo a Parigi, o magari qualche giorno prima, tra la Costa Azzurra e Dusseldorf.

lunedì 5 maggio 2014

L'incubo slovacco di Fognini.


Klizan ha un conto in sospeso con Fognini, e Fognini non sa perché. Nessuno sa perché. Martin, slovacco serioso, uno che, così per dire, non risulta necessariamente simpatico a pelle, è stato per mesi in nomination con l'ambizione triste di vincere il premio che ogni anno viene idealmente assegnato al tennista più involuto della stagione. Ventiquattro anni, mancino, uno e novanta comodi, di servizio e dritto generosi, Klizan aveva toccato il vertice della propria carriera sul finire dell'estate duemiladodici, quando, dopo aver fatto il gradasso nei challenger estivi sul rosso, vincendo peraltro Bordeaux e San Marino, s'era regalato uno US Open da sorpresa, falciando Tsonga, allora sesto favorito, al secondo turno, e veleggiando fino agli ottavi, dov'era stato eliminato da Cilic. Sull'abbrivio, il tennista di Bratislava aveva raggiunto la prima finale in carriera nel circuito maggiore, a San Pietroburgo, e vi aveva trovato Fognini, battendolo nell'occasione piuttosto nettamente. L'ascesa è durata fino al mese di marzo dell'anno successivo, quando l'allievo di Martin Damm, raggiunta la ventiseiesima posizione della classifica mondiale ed il proprio best ranking, ha iniziato la lunga discesa agli inferi del tennis pro: primi turni in serie, ritorno al circuito challenger, uscita dai primi cento. Lo si è rivisto, Martin, tentare le qualificazioni qua e là; a volte riuscendo, a volte perdendo da carneadi che fino a pochi mesi prima avrebbe dilaniato a furia di drittoni mancini. Fino all'arrivo a Monaco di Baviera, dove si è presentato con una poco edificante classifica di centoundicesimo tennista del globo. Passate le qualificazioni soffrendo le cosiddette pene dell'inferno contro l'omonimo austriaco Fischer in secondo turno, dopo una vittoriosa maratona nel match chiave contro Youzhny all'alba del torneo ha guadagnato la seconda finale 250 della carriera. Chi poteva trovare ad aspettarlo? Fabio, naturalmente, che in Bavaria godeva della prima testa di serie assoluta.

Fognini schiacciava sull'acceleratore da subito, con tutto il peso del corpo, ed era chiaro che, continuando a scambiare da fondo, il match difficilmente avrebbe superato l'ora di durata. Primo set, 6-2 per il ligure, che andava a sedersi ad aspettare il secondo parziale con l'annoiata faccia di burocrate che tira alla fine del turno pomeridiano. Klizan, nel frattempo, nascondeva un'indicibile sofferenza sotto l'asciugamano, ed i segnali facevano presagire un suo possibile imminente ritiro. Nel secondo parziale, però, tra un'occhiata colma di disperazione e la sconsolata testa penzoloni dopo ogni punto, lo slovacco cambiava radicalmente strategia, e, rifiutando ogni scambio che eccedesse i cinque colpi dalla linea di fondo, iniziava a tirare tutto quello che vedeva, non disdegnando qualche improvvisata al net. Fognini, essendo Fognini, veniva mandato fuori registro non già dalla rivoluzione tattica operata dal suo avversario, ma dall'atteggiamento ostentatamente sofferto dello stesso, e non perdeva l'occasione per irritarsi oltre ogni logica regalando il match in quaranta minuti inguardabili, cedendo secondo e terzo parziale per 6-1 6-2.

"Spero che Klizan stia bene", polemizzava Fognini nella conferenza stampa post match. Non possiamo immaginare cosa sia passato nella testa e nel corpo dello slovacco, ma siamo sicuri che un certo benessere spirituale lo coglierà spesso, ogni qualvolta vedrà Fabio iscritto ad un torneo, possibilmente sorteggiato nella parte di tabellone opposta alla sua.


ATP MONACO DI BAVIERA (finale):

Martin Klizan (svk) b. Fabio Fognini (ita) 2-6 6-1 6-2

martedì 29 aprile 2014

Settimana di transizione, tra prime volte e conferme.


Settimana di transizione, quella appena passata. Una settimana segnata dalle prime volte, quasi una costante di un'annata che promette di iniziare, quantomeno, a picconare le certezze acquisite in anni di dominio incontrastato dalle autorità costituite. Se il livello tecnico di Marrakech, invero piuttosto basso, ha sminuito in qualche modo il successo di Maria Teresa Torro Flor nel ballo delle aspiranti debuttanti con Romina Oprandi, e la Porsche che ogni aprile Maria Sharapova aggiunge alla personale scuderia vincendo il torneo di Stoccarda è ormai consuetudine, più scalpore ha destato il primo successo di Kei Nishikori sulla terra battuta, arrivato al termine di un Conde de Godo letteralmente dominato e concluso in panciolle dopo la facile finale vinta sul sorpresone ecuadoriano Santiago Giraldo. Il giapponese di Bradenton è il primo giocatore a vincere Barcellona pur non essendo spagnolo dai tempi di Gaston Gaudio, che trionfò nell'edizione del 2002, e promette, con la sua feroce regolarità, di essere una scomoda mina vagante nella volata d'argilla che si concluderà al Roland Garros.

Settimana di "prime", s'è detto, ma quella appena conclusasi è stata segnata anche da conferme importanti ed importantissime. A Bucarest il torneo è stato quello che è stato, ma Dimitrov ha bisogno di vincere per imparare a vincere. Dunque anche il modesto secondo titolo ottenuto nel circuito maggiore è fieno in cascina per il signor Sharapov, che se non altro ha imparato a scacciare la tremarella contro avversari che dovrebbe facilmente sbranare. Quello della finale di domenica, Rosol, uno che quando sente profumo di Romania alza di due tacche il volume dello stereo, è stato digerito con relativo agio, ma continuo ad avere l'impressione che il rovescio del bulgaro, un rovescio che arrossisce d'imbarazzo quando viene sollecitato con media decisione, sia un ostacolo ancora abbastanza alto nella strada che dovrebbe portarlo sulle vette del monte Tennis.

Per trovare una conferma davvero entusiasmante dobbiamo scendere di livello e cambiar continente, perché lo spettacolo vero è andato in scena sulla terra verde di Savannah, sulla costa della Georgia americana. Nel profondo sud Nick Kyrgios, australiano di Canberra allevato da padre inequivocabilmente greco e da madre malese, ha conquistato il terzo challenger in carriera, secondo consecutivo dopo quello di Sarasota vinto la settimana precedente,  travolgendo chiunque abbia incontrato sulla propria strada e lottando soltanto in finale, dove ha ceduto a Jack Sock l'unico set del torneo finendo per prevalere comunque in tre. Diciannove anni ancora da compiere, il cervellone che settimanalmente redige le classifiche ATP lo colloca in questi giorni alla posizione numero centocinquantadue. Un metro e novantatré centimetri d'altezza, colpi di rimbalzo esplosivi, servizio bomba e testa apparentemente sulle spalle. I fans lo amano perché ha sorrisi e tempo per tutti; gli osservatori lo pressano perché deve fare in fretta ad entrare nel salotto buono. Io mi limito a pensare che, se il gomito destro che lo sta facendo dannare lo lascerà vivere in pace, alla fine dell'anno lo ritroveremo nei primi ottanta. 

martedì 22 aprile 2014

Stanislas e altre storie monegasche.


Il Country Club, leggendaria sede ospitante il Monte Carlo Rolex Masters, resta  il circolo più bello del mondo; nella mente, dunque, come ogni anno, resta soprattutto quello. Un circolo che ospita il torneo più affascinante del globo, per la precisione, insieme a quelli che si svolgono sull'estiva erba britannica. E pensare che i soloni ai vertici dell'Association of Tennis Professionals hanno parecchio insistito per abbassarlo di grado, per declassarlo ad umile 500, visti i ridotti margini di crescita, perlopiù addebitabili a questioni logistiche e territoriali, che l'evento monegasco può offrire rispetto ai rampanti parvenu orientali, i quali si son messi in testa di innestare tennis d'elite in quantità sempre maggiore nelle loro terre d'origine. Per fortuna, l'inattesa mobilitazione di molti giocatori, anche di vertice, ha per ora salvato il torneo, ed il Dio Tennis ha ripagato la scelta regalando una settimana ricca di eventi imprevedibili, oltre che di mattane ampiamente pronosticabili.

Ciò che dei primi giorni del Masters rimane appiccicato alla memoria attiene soprattutto ai colpi di testa degli specialisti del settore. Il premio per la miglior interpretazione se lo aggiudica Fabio Fognini, uno che, quando c'è da far strabuzzare gli occhi per questioni che nulla c'entrano con il campo e la racchetta, non sente ragioni: dopo aver servito abbondante antipasto nei primi due turni, dai quali usciva illeso grazie a schizofreniche vittorie ai danni di Joao Sousa e Roberto Bautista-Agut, in quarto turno Fabio sottraeva il primo set a Tsonga e, trovatosi sul tre pari nel secondo, decideva di omaggiare l'ultimo francese sopravvissuto in tabellone di nove games filati, demolendo al contempo di insulti il padre Fulvio, pietrificato in tribuna.  Pur non avvicinabili in quanto a spettacolo offerto, ricorderemo con affetto le bizzarre esibizioni di due consumati maestri d'instabilità come Gael Monfils ed Alex Dolgopolov, suicidatisi in mezzo ad un mare di orrori contro Carreno-Busta e Garcia Lopez. Quest'ultimo ha invece rappresentato quella che con ogni probabilità è stata la miglior sorpresa del torneo: quasi trentun anni, con un best ranking di numero 23 ottenuto nel febbraio di tre anni fa e dotato di un rovescio ad una mano che riconcilia con il tennis, Guillermo da Albacete si è fermato solo ai quarti, non prima di aver sculacciato un Berdych deludentissimo e di aver fatto tremare Novak Djokovic. Un bravo a lui, dunque, ed una nota di demerito per Nole e Rafa Nadal, che credevamo avrebbero dominato, sul rosso europeo, addirittura più di quanto avessero fatto fino ad ora. Djokovic, brutto in faccia già in quarti di finale, si squagliava contro un Federer sempre più in palla, mentre Rafa, il cui spin continua ad essere nudo, privato com'è della proverbiale spinta, e fallosissimo specie con il rovescio lungolinea, perdeva in due di puro ritmo da David Ferrer, che avrà pur quasi finito la benzina, come da egli stesso dichiarato alla stampa, ma che ad anni trentadue, se non riescono a portarlo fuori giri, certe partite le arraffa ancora volentieri.

L'ottimo Ferru cedeva piuttosto nettamente la semifinale all'atleta più dominante della settimana, quello Stan Wawrinka che, dopo aver smaltito durante la primavera americana i bagordi post-australiani, ha ricaricato le pile per la superficie a lui più cara. La finale metteva dunque di fronte i due svizzeri; il maestro e l'allievo; il generale ed il tenente. Stan, come soffrendo lo status di perenne sottoposto, soffriva più la personalità di Federer che il Federer in carne ed ossa, che comunque si muoveva bene dall'altra parte della rete, e gli cedeva il primo set. Nel secondo, Roger pareggiava subito la partenza con break del compatriota, ed i successivi turni di servizio, piuttosto solidi, portavano il match al tie break. Il tredicesimo gioco veniva deciso da un solo minibreak a favore di Wawrinka, che profittava di un rovescio steccato da Federer sul secondo punto, e finiva proprio nelle mani del tennista di Losanna al terzo set point, grazie ad uno smash apparecchiato da una prima ingestibile. A questo punto le energie di Federer andavano piuttosto rapidamente in riserva, mentre Stanislas, che con lo scorrere del match aveva pian piano dimenticato il proprio complesso di inferiorità, faceva valere la nota tenuta sulla lunga distanza, e chiudeva rapidamente set e match con il punteggio di sei giochi a due.

L'abbraccio tra due amici sinceri, alla fine dell'incontro, è stato il suggello di una settimana difficile da replicare nel corso della stagione. Perché a Shangai e a Mason, Ohio, ci saranno pure denari e possibilità di crescita illimitate, ma il fascino della Cote durante la terza settimana di aprile è qualcosa che va oltre ogni possibile obiettivo politico e materiale. L'unico pensiero negativo, essendomi capitato d'essere italiano, lo dedico alla semifinale settembrina di Coppa Davis. Cambieranno molti fattori, presumibilmente, ma Federer e Wawrinka sembrano vivere un'annata promettente, se non addirittura di grazia.